venerdì 14 luglio 2017

Contrattempo (Contratiempo)

anno: 2016   
regia: PAULO, ORIOL  
genere: giallo  
con Mario Casas, Ana Wagener, José Coronado, Bárbara Lennie, Francesc Orella, Paco Tous, David Selvas, Inigo Gastesi, San Yelamos, Manel Dueso, Cristian Valencia, Betsy Túrnez    
location: Spagna
voto: 8  

Giunto all'apice del successo economico, l'imprenditore Adrian Doria (interpretato con piglio da pesce in salamoia da Mario Casas) rischia di vedere evaporare tutto ciò che ha costruito quando entra nel mirino della giustizia e dell'opinione pubblica in seguito alla misteriosa sparizione di un ragazzo. Un'avvocatessa di rango (Wagener), prossima alla pensione, sembra l'unica in grado di toglierlo dai pasticci, a condizione che l'uomo confessi tutta la verità e non sorvoli sui dettagli. Che, stando alla versione dell'uomo, grosso modo sono questi: fuori dalla consueta residenza barcellonese dove si trovava con la sua amante (Lennie), Adrian avrebbe avuto un incidente nel quale ha perso la vita proprio il ragazzo scomparso. Manipolato e puntino dalla sua amante, l'uomo ne fa sparire il cadavere, salvo doversela poi vedere con i genitori del giovane, poco inclini a credere a una messinscena degna dell'incipit di Psycho.
La piattaforma Netflix è diventata un'alternativa possibile in qualche (raro) caso alla sala cinematografica, come dimostra questo thriller ad altissima tensione, densisissimo nella scrittura (pur con qualche buco di sceneggiatura) e straripante di colpi di scena, tutti ottimamente assestati. Per questa via, il film di Oriol Paulo si propone come un apologo sulla verità di rara intensità narrativa. Protagonista a parte, il film è di quelli da non perdere.    

venerdì 7 luglio 2017

Breve Storia di lunghi tradimenti

anno: 2012       
regia: MARENGO, DAVIDE
genere: drammatico
con Guido Caprino, Carolina Crescentini, Maya Sansa, Flora Martinez, Philippe Leroy, Michele Venitucci, Franco Ravera, Gaetano Bruno, Ennio Fantastichini, Francesco Pannofino, Marina Rocco, Nino Frassica, Paolo Calabresi, Manuela Morabito, Ramsés Ramos, Marcello Mazzarella, Vanessa Villafane, Alice Palazzi, Anna Ammirati    
location: Italia
voto: 4,5

Un avvocato torinese (Caprino) separatosi suo malgrado dalla moglie (Sansa) si trova invischiato in una complicatissima vicenda di crimini finanziari. Al centro di essa c'è la nuova proprietaria di una multinazionale (Crescentini) che traffica con un dittatore sudamericano, ma il vero deus ex machina dell'intera faccenda è un ottantenne fintamente interessato alle energie pulite (Leroy) ma in realtà in combutta con loschi faccendieri che trafficano con le scorie radioattive.
Dopo Notturno bus e Un fidanzato per mia moglie, il regista Davide Marengo dimostra una volta di più di avere idee assai confuse sulla strada da intraprendere. Qui l'asticella delle ambizioni viene issata che più in alto non si potrebbe (sebbene sia notevole, per tecnica di ripresa e montaggio, la scena iniziale ambientata nel 1918), il racconto è a puzzle, alcune figure di contorno sono totalmente fuori registro (quelle di Frassica e Pannofino in primis) e lo standard recitativo è appena sul livello di guardia. Un'occasione persa tanto per l'originalità del tema (che avrebbe potuto costituire la via italiana a film come Margin call o Blood diamond), quanto per la possibilità di cercare una nuova strada al film di genere, che si perde in un'opera a teorema nella quale tutti tradiscono tutti.    

giovedì 6 luglio 2017

Il Padre d'Italia

anno: 2017       
regia: MOLLO, FABIO
genere: drammatico
con Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola, Miriam Karlkvist, Esther Elisha, Sara Putignano, Filippo Gattuso, Franca Maresa    
location: Italia
voto: 3

A Torino, Paolo (interpretato con toni di intensa interiorità da un Luca Marinelli agli antipodi con il personaggio di Jeeg Robot) ha da poco concluso una relazione con il suo compagno. Casualmente conosce Mia (Ragonese), una ragazza incinta e borderline che sbarca il lunario come cantante, non ha chiaro chi sia il padre del bambino e non ha una casa. Scusa dopo scusa, la giovane si fa portare prima a Roma, quindi e Napoli e infine in Calabria. I due percorrono l'intero stivale a bordo di un furgone, imparando a conoscersi.
Luca (Marinelli) era gay. Con Il padre d'Italia (col duplice riferimento al nome della piccola nascitura e al territorio solcato sulle quattro ruote) siamo in pieno teorema Povia, proprio come nella canzone: l'omosessualità redenta da un'improvvisa opportunità di paternità e di mettere su famiglia. Se al retroguardismo prospettico si aggiungono l'assoluta pochezza dei dialoghi, l'espediente stra-abusato del road movie (il modello occhieggia quello de Il ladro di bambini di Gianni Amelio) e la gratuità di alcune scelte stilistiche (le scene iniziali tutte inspiegabilmente dominate da cromatismi gialli e blu, dall'Ikea all'ospedale, passando per il tram), emerge tutta la protervia malriposta di questo regista (qui alla sua seconda prova dopo Il sud è niente) che aspira a prendersi la patente di autore pretendendo di confezionare un film che si collochi a metà strada tra Qualcosa di travolgente e Una giornata particolare.    

martedì 4 luglio 2017

Di che segno sei?

anno: 1975       
regia: CORBUCCI, SERGIO   
genere: commedia a episodi   
con Paolo Villaggio, Mariangela Melato, Adriano Celentano, Renato Pozzetto, Giovanna Ralli, Alberto Sordi, Luciano Salce, Ileana Lilli Carati, Massimo Boldi, Marilda Donà, Luigi Gino Pernice, Giuliana Calandra, Jack La Cayenne, Maria Antonietta Beluzzi, Ugo Bologna, Mafalda Berri, Gil Cagne, Shirley Corrigan, Marcello Di Falco, Sofia Dionisio, Angelo Pellegrino, Lucia Alberti    
location: Italia
voto: 4,5   

Negli anni in cui i film a episodi, radunando attori ben noti al grande pubblico, assicuravano consistenti guadagni al botteghino, qualsiasi scusa era buona per licenziare nuovi assemblaggi. Compresi i segni dello zodiaco. I quattro episodi del film diretto con minimo impegno sindacale da Sergio Corbucci si riferiscono ai segni di aria, terra, acqua e fuoco, pur essendo del tutto pretestuosi. Nel primo episodio, a seguito di una diagnosi malposta, un comandante della marina (Villaggio) è ossessionato dall'eventualità di diventare una donna. Nel secondo un artista circense (Celentano), pur di poter partecipare a una gara di ballo in Romagna, uccide la moglie. Nel terzo un muratore (Pozzetto) spera di poter aprire una tabaccheria e finisce con l'amoreggiare con l'amante (Ralli) di un ricco signore (Salce). Nel quarto una guardia del corpo (Sordi), reclutata per poter sventare possibili rapimenti, sconquassa la vita del suo assistito, un "cumenda" brianzolo (Bologna).
Molta acqua di rose e quasi nessuna sostanza se non i cliché con cui i protagonisti replicano figure già viste altrove. Villaggio richiama Fracchia e Fantozzi; Celentano il tamarro fascinoso; Pozzetto la sua comicità stralunata e surreale; ma il più grande è Sordi, che da solo riscatta l'intero polittico riproponendo il Nando Moriconi di Un americano a Roma. Incontenibile mattatore, l'Albertone nazionale si mangia il film (e tutte le altre star) in un solo boccone, con una performance da urlo che fa quasi passare in secondo piano gli intenti meramente commerciali del lungometraggio e la pochezza della scrittura.

sabato 1 luglio 2017

Ninna nanna

anno: 2017       
regia: GERMANI, DARIO * RUSSO, ENZO   
genere: drammatico   
con Francesca Inaudi, Fabrizio Ferracane, Nino Frassica, Massimiliano Buzzanca, Salvatore Misticone, Guia Jelo, Luca Lionello, Maria Rosaria Omaggio    
location: Grecia, Italia, Tunisia
voto: 2   

Per chi non avesse avuto l'occasione di leggere il best seller della sociologa israeliana Orna Donath, Pentirsi di essere madri (Bollati Boringhieri, 2016), il film di Dario Germani ed Enzo Russo, prodotto sotto l'egida di Tonino "egone" Abballe, avrebbe potuto costituire un buon viatico per affrontare il tema della negazione del senso di maternità senza tutte le incrostazioni tabuizzanti che da secoli si porta dietro. Il condizionale è d'obbligo perché il film dei due semiesordienti (proprio con Abballe, Germani aveva girato Quel venerdì 30 dicembre) è uno dei pasticci cinematografici più imbarazzanti che, negli ultimi tempi, ci abbia consegnato il cinema italiano. La vicenda è ambientata in Sicilia, tra Gibellina e Selinunte. Anita (Inaudi) ha appena concepito la piccola Gioia, ma da subito si sente incastrata dal suo ruolo di madre: le attenzioni sono tutte per la neonata, il sesso diventa un ricordo lontano, la bellezza (?) sfiorisce. Che la depressione post-parto sarebbe deflagrata potentemente era chiaro già durante la gravidanza: la sigaretta sempre accesa e il gomito spesso alzato ne erano delle inequivocabili avvisaglie. Da lì a scordarsi la bambina nell'auto rovente, o a lasciare il gas acceso in casa il passo è breve.
Germani e Russo inanellano con infallibile precisione tutti i luoghi comuni del caso, sottolineano con didascalie che sono quasi un'offesa allo spettatore qualunque passaggio diegetico e infarciscono la trama con un rivolo narrativo sull'integrazione degli immigrati che diventa una zona filmica a sé stante, completamente fuori contesto. Così come fuori contesto sono la protagonista, una Francesca Inaudi leziosissima, tutta smorfiette e faccine appese, la 65enne Guia Jelo, stupidamente invecchiata con un ridicolo parruccone, il marito della protagonista Fabrizio Ferracane, fedele interprete del ruolo di padre e marito soprattutto nelle ultime quattro lettere del cognome, e persino il sempre simpatico Nino Frassica, che deve avere scambiato il set per lo studio di Quelli della notte:  per poco non lo sentiamo dire anche "nanetti", "è uguaglio" e "Sani Gesualdi". Ma il peggio sono la colonna sonora, che più invadente non si potrebbe, il potpourri di stili con tanto di siparietto psichedelico, inserti da un documentario del personaggio di Frassica, corredato dall'immigrato dell'Africa nera che intona l'inno di Mameli e la scena scult da mandare a futura memoria per generazioni e generazioni: quella di Maria Rosaria Omaggio che si presenta col suo mascherone incipriato per un ruolo ridicolo da mamma cattiva che spiega in maniera che più corriva non si potrebbe l'origine psicologica del malessere della neomamma.    

lunedì 26 giugno 2017

Codice Criminale (Trespass Against Us)

anno: 2016       
regia: SMITH, ADAM   
genere: thriller   
con Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Lyndsey Marshal, Georgie Smith, Rory Kinnear, Killian Scott, Sean Harris, Kingsley Ben-Adir, Kacie Anderson, Gerard Kearns, Tony Way, Barry Keoghan    
location: Regno Unito
voto: 6   

Colby Cutler (Gleeson) è il patriarca di una famiglia di criminali nomadi che vive accampata in roulotte, disprezza qualunque norma del mondo cosiddetto civile e non disdegna di farsi beffa della polizia con bravate gratuite. Chad (Fassbender), il figlio di Colby, vorrebbe cambiare direzione per sé e per i suoi due figli, mandandoli a scuola (lui non ha potuto farlo) e mettendoli al riparo dalle nefande influenze del nonno. Ma un colpo messo a segno a danno della persona sbagliata lo costringe a rivedere i suoi programmi.
Al suo esordio dietro la macchina da presa con un film di finzione, il britannico Adam Smith firma un dramedy nel quale il maggiore motivo di interesse risiede nelle dinamiche familiari tra un anziano genitore despota convinto che la scuola non serva a nulla e che la terra sia piatta e un figlio di notevole personalità ma incapace di tenergli testa. Il resto è tappezzeria, intreccio narrativo incerto se prendere la strada del film di genere (con le diverse scene di inseguimento, che siano in macchina, a piedi o a caccia di una lepre) o quella del dramma familiare. In entrambi i casi, nel nugolo di personaggi brutti sporchi e cattivi - tra i quali si fa notare la figura dello scemo del villaggio usata come puro riempitivo - il difetto sta proprio nella presenza di Fassbender: per quanto l'attore tedesco ce la metta tutta per caricare di intensità lo sguardo rivolto alla macchina da presa, è troppo bello, tonico e, in fin dei conti, di sani principi, per non collidere con l'etica e l'estetica del resto della famiglia.